Hypokrites

Hypokrites

Alter Ego: Psicodramma in un tempo.

Alter Ego 1 I

I pubblico è in attesa, i cellulari riposti, il sipario ancora chiuso.

Si spengono le luci, il buio avvolge gli spettatori diventando  opprimente man mano che un leggero sospiro, simile al pianto, diviene chiaramente distinguibile.

Più che un sospiro, più che un lamento, è un singhiozzo, il singhiozzo di chi, vivendo perennemente in apnea, ha fame di aria. Proviene da una donna-bambola che, con il suo corpo alienato e con il suo respiro ingordo e sofferente, avulsa da qualsiasi realtà tangibile, domina la scena.

Oltrepassando una parete di veli la affianca un secondo “Essere”: la padrona della bambola, vestita da signora. La donna-bambola, fagocitando aria, cambia posizione quando la padrona le cambia posizione, si veste quando la padrona la veste: ma cos’è la bambola se non il nostro essere manipolato da burattinai che ci imbrigliano l’anima con fili invisibili? Chi è la donna al centro della scena se non una ragazza  a cui hanno infibulato l’anima imponendole un ruolo e un’immagine non sua?

La bambola è il primo essere con cui la donna è entrata in contatto, il primo odore che ha sentito, il primo contatto, ci ripete con voce distorta, quel che resta del suo io, dalle trasparenze di un velo che lo rende spettrale conferendogli una natura inumana che la osserva dall’esterno, le parla a modo di ennesima sfaccettatura di una personalità schizoide.

A tratti ricompare in scena la padrona e mentre la donna-bambola danza con il suo bambolotto, lo annusa, lo sfiora, lo incorpora; lei danza con un fantoccio deforme come la sua sessualità disturbata e, nella ritualità del gioco opprimente delle sue pulsioni represse e sfrenate, coinvolge anche la donna-bambola facendole assaporare  l’insano gusto di vittima e di carnefice, di burattino e burattinaio, di reale e surreale affinché  superi ogni remora, anche l’ultima.

Una sorta  di libido deficientis per un’anima luttuata, la riaffermazione della vita attraverso l’accoppiamento, l’immensa  forza vitale in contrapposizione all’impotenza, alla passività ferma della bambola per la quale  tutto pian piano diventa accettabile e possibile, fino a sentire persino un lieve vento che la sfiora. Vorrebbe liberarsi, urlare, ma ancora una volta non ce la fa ed il rito dei continui cambi di personalità, delle loro menti, delle ossessioni e della tripla, caleidoscopica natura schizoide è destinato a ripetersi all’infinito tra una macabra esposizione di bambole sventrate, deformi, nelle quali lei si riconosce, nelle quali la quotidianità, l’intero mondo si deforma lasciandola naufragare in quel surrogato di vita senza apparente possibilità di scelta.


L’ epilogo, nella sua apparenza surreale, è mostruosamente reale: nel rovesciare la tisana di tiglio, nel frantumarsi di mille biglie colorate, i loro demoni personali le assalgono come un prurito dal quale è impossibile liberarsi se non con la morte. Miriadi di paure, fobie, deliri, angosce e ossessioni personificate, come enormi insetti alati assalgono tutti e tre gli Esseri in una sorta di empatia grottesca dove i ruoli continuano a fondersi e a confondersi fino a portare lo spettatore a credere che la persona in scena sia una soltanto, una o nessuna: ad essere rose sono le mille sfaccettature delle nostre personalità mostruosamente distorte nel tentativo di emulare i modelli che di volta in volta la società ci impone.

Così la scena si chiude con questa allucinante “taranta” e con l’insita consapevolezza che l’unica via di salvezza all’ordinaria follia sia la morte o il tentativo di essere fino in fondo se stessi e questo lo si può ottenere solamente ascoltandosi fino in fondo e restando avulsi dai falsi miti che pure ci attraggono perché così vuole una società marchettara che continua a farsi burla di noi.

Donatella De Bartolomeis