Hypokrites

Hypokrites

Geometrie Esistenziali

Geometrie esistenzialiConfronto-scontro con i propri demoni.

“In sé la parola è meno del pensiero, il pensiero è meno dell’esperienza.  La parola è filtrata, ciò che si deposita è privata del meglio.”

Sulla scena una sagoma ripiegata su se stessa, in evidente atteggiamento di chiusura, ripercorre, nei passi e nelle scansioni, il duro lavorio mentale di un uomo circondato da difese costruite affinché nulla, dall’esterno, possa penetrare dentro la sua persona. Così, ruminando i suoi pensieri, ripercorre le sue strade talvolta incrociando, talvolta sfiorando altri uomini diversi da lui per sfumature di colore, ma pur sempre chiusi nella loro corazza, una corazza che non permetterà a nessuno di questi individui di entrare in contatto con l’altro.

Eppure sembra che ci sia una implicita attesa di un deus ex machina che sciolga le loro contratture aprendo una breccia come unica possibilità di contatto relazionale.

Il dio, però, non arriva, nessun fanciullino vestito di sole porgerà loro un girasole impazzito di luce, al contrario il quadro diviene inquietante: le emozioni, che nel loro fluire armonico sono il sale della vita, vengono isolate ed esasperate trascinando lo spettatore in un inquietante faccia a faccia con le proprie fobie, con la propria zona d’ombra, quell’ombra che in genere disconosciamo e/o comunque stentiamo ad accettare anche quando, più o meno consapevolmente, la viviamo.

Immersa in uno scenario surreale di suoni, di corpi, luci e colori, mi è difficile ritornare al mio mondo di facciata. Provo una stretta allo stomaco, un forte senso di nausea, è trascorso troppo poco tempo dalle battaglie condotte in nome di un personale equilibrio armonico, ancora mi porto dentro il lutto dei morti lasciati per strada ed il bruciore delle mutilazioni dell’anima.


“L’intelletto umano non può capire la vera iniziazione, ma se dubitate e non arrivate a comprendere,sono pronto a discuterne con voi” (Yoka Daichi). Sull’invito o biglietto d’ingresso avrebbero dovuto scrivere “vietato l’ingresso a chi non è ancora pronto a restar solo con le proprie disarmonie.” Siamo, per educazione e retaggi culturali, abituati a pensare e non a vivere i nostri stati emozionali.

Cerco dentro di me in un'introspezione forzata e capisco che l’inizio della strada per la salvezza non è combattere queste emozioni, ma trasformarle, lasciarle fluire, utilizzarle. Immagini condensate corrispondono ad un'idea di ciò che avviene dentro l’essere umano, il turbamento dell’animo si manifesta su di un corpo che in quell’istante ne diviene palcoscenico; le espressioni visibili di un processo invisibile, si susseguono di scena in scena. Le estremizzazioni, le sensazioni sono continuamente accentuate e marcate dal ritmo di suoni, battiti, movimenti di corpi denudati delle loro false vesti di facciata.


Il ritmo disarmonico mi esaspera, vorrei, in un estremo atto liberatorio, gridare insieme ai corpi che inscenano la rappresentazione. Il ritmo è il modello di base di tutto ciò che vive.
Tutte le manifestazioni possono ridursi a vibrazioni, se si distrugge il ritmo si distrugge la vita se si armonizza il ritmo si riequilibra il proprio animo.
Sono la qualità e l’intensità degli stimoli sensoriali che riceviamo, filtrate attraverso le nostre caratteristiche personali (sensibilità ed eccitabilità), che determinano la formazione di sensazioni ed emozioni. Ma se è vero che l’ombra rende malati è pur vero che l’incontro con l’ombra rende sani. In un quadro dove tutte le disarmonie descritte discendono dall’atteggiamento iniziale dei personaggi che aprono la scena ricurvi su se stessi e ricoperti da mantelli colorati, il messaggio è più che esplicito: il deus ex machina non arriverà, dobbiamo trovarlo in noi stessi avendo il duplice coraggio di assumere atteggiamenti d’apertura e di osare un incontro estremo con il nostro lato oscuro.

Donatella De Bartolomeis