Hypokrites

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Anime allo Spoon: Sensazioni e pensieri stracciati

Spoon River Un martellare scomposto, uno schiodare l’anima dal legno del corpo, un battito cardiaco che vuole rivedere la luce, diviene inaspettatamente scansione ritmica di un “tempo” quotidianamente regolare, per poi riprendere l’armonia della sua scompostezza prima del silenzio.

Miriadi di energie vibranti emergono dall’oscurità trascinandosi un corpo che ormai non è più prigione, né rifugio, ma un cencio invisibile da strascicare nella scalata verso il ricordo di una vita che non si è vissuta. Anime inquiete cercano di ripercorrere il loro tempo, le loro emozioni, le frustrazioni, le solitudini, le speranze, le ipocrisie. Ora che non sono più, possono raccontarsi la verità, liberi finalmente di guardarsi dentro senza timori e senza pregiudizio alcuno.

Quel risalire il tempo, lasciando lungo la strada fogli di vita andata, è forse l’unico modo per riguadagnare in parte ciò che avevano permesso venisse loro portato via. Uomini e donne, non molto distanti da noi, imprigionati da falsi moralismi, deleteri moralismi, hanno solo creduto di vivere. La miseria umana traspare dagli atteggiamenti dei personaggi, dalla loro corporeità, nonostante siano anime senza corpo. Un uomo si dimena ai colpi di frusta inferti da voci che si accavallano e, con i loro isterismi quotidiani, di una miseria intesa non solo come indigenza, ma come povertà dell’anima, spietatamente infliggono schiaffi. Le mani reggono la testa pronta ad esplodere da un momento all’altro, quasi il frastuono confuso e sgretolante della prigione domestica, rivissuta a livello di trapano nel cervello, non fosse più esterno ma dentro di lui pronto a deflagrare da un istante all’altro.

Cos’era stata la loro vita?

Un giocattolo solitario di un mondo che non reca in sé nessun segno umano e non potrà mai essere neanche il preludio di un’esistenza realmente vissuta. Una donna divisa e altalenante tra i ricatti morali inferti in nome di una fede che tutto è fuorché il suo originario amore ed il falso perbenismo di personaggi che sputano sentenze e giudizi innescando, in chi cade nelle loro reti, l’auto-castrazione dei sogni, delle emozioni, del sé. L’unica possibilità di riscatto, l’unica opportunità di vivere è proprio nella morte e io oserei dire nella pazzia, perché un pazzo e un morto possono essere coerenti e sinceri con se stessi fino all’estreme conseguenze, liberi così di poter piangere nei loro epitaffi quell’autobiografia che non è mai stata scritta, ora gridando, ora rimpiangendo, ora lamentando nel vento confessioni e storie, sentimenti, emozioni, paure represse seppellite in fondo ai loro corpi. Una morte dunque più viva e vera della vita stessa, nella quale l’unica possibilità di redenzione sembrava essere, più o meno consapevolmente e profondamente, vestirsi di ipocrisia.

Anime che chiedono di riscattarsi nella loro dignità d’individuo pur sapendo che ormai hanno perso per sempre sensazioni, sussulti, passioni, percezioni e turbamenti che solo l’alchimia dell’unione corpo-mente-spirito può vivere. Personaggi comunque condannati all’incompiutezza: da vivi castrati nell’anima; da morti privati del corpo. I movimenti, le voci si trasformano in suoni di un tempo scandito in un battito, battito che nella gestualità del corpo, che infligge il colpo, diviene una fustigazione e un lamento, un pianto sommesso. Ecco dunque un mondo rovesciato, verniciato insolentemente di conformismo e che in cuor suo trabocca di ipocrisia.

Se ora la teatralità è così abile nel mostrarci una verità che, pur aleggiando continuamente davanti ai nostri occhi, continua a celarsi dietro una non accettazione della stessa, può fornirci la teatralità anche la formula magica per tirar fuori il nostro vero io, ciò che realmente siamo e non quello che glia altri hanno voluto che fossimo?

Può insegnarci l’arte, come libera espressione del sé, ed in particolare il teatro a tirar fuori le miriadi di sfaccettature che dimorano dentro di noi: singolari, avvincenti, folli, curiose, coraggiose, audaci?

Riusciremo mai ad aprire le porte del nostro personale inferno ed affrontare i demoni? A correre il rischio di uscire dal gregge pur di appagare i nostri sogni e soddisfare i nostri desideri?

Donatella De Bartolomeis